Uncategorized

Ti presento Mohamed il mio amico berbero dal deserto di Merzouga

Mohamed foto

Mohamed il mio amico berbero del Marocco sa parlare con gli occhi più che con la voce, racconta di storie di deserto e di uomini dimenticati.

I berberi amano definirsi “amazigh” ossia “uomini liberi” e lo sono davvero. Abitano nel Nord Africa, dove le tradizioni e la lingua sono trasmesse oralmente da genitore a figlio.

Non parlano l’arabo ma una lingua che si differenzia totalmente a causa dell’isolamento del deserto che li ha tenuti lontani dalle guerre di conquista e da tutte le invasioni straniere.

Mohamed

Mohamed è una di quelle persone che percepisci già amica ancora prima di conoscerla perché dai suoi occhi traspare sincerità e sicurezza.

L’ho conosciuto in una calda serata di agosto, nel deserto di Merzouga, e la sua storia mi ha molto affascinato, e voglio condividerla con voi..

Mi ha raccontato  di essere il secondo figlio di sette fratelli, nati da una famiglia nomade. Quando compì 23 anni, lui e i suoi fratelli, decisero di averne abbastanza della vita nomade.

Era cresciuto in loro il desiderio di avere un posto fisso. Un focolare nel quale rientrare la notte e chiamare in modo definitivo casa.

La sua vita non era mai stata facile. Si era sempre spostato da un posto all’altro e non aveva potuto frequentare nessuna scuola. Ciò lo fa sentire a disagio.

Ma la vita sa essere maestra e conosce fin da piccolo lo spagnolo, l’inglese, l’italiano e il francese grazie ai turisti. E ancora i tre dialetti berberi del nord, medio e basso Atlante.

Mi racconta che la vita nel deserto è difficile perché manca un elemento essenziale della vita, ossia l’acqua.

Se ci sono piante significa che la terra è fertile e soprattutto che c’è la presenza di acqua.

L’unico modo per trovarla è quello di tastare il terreno in cerca di umidità e aprirsi un varco con un ramo di fortuna, un ramoscello, o qualche pianta, e creare un buco.

Per orientarsi usa le stelle, il gps naturale che non fallisce mai. Altro insegnamento che ha ricevuto dai suoi genitori.

E quando fa troppo caldo in estate, si mette al riparo nelle oasi, aspettando che cali il sole e si abbassino le temperature per muoversi.

Il deserto

Poi con gli occhi incantati Mohamed mi parla del deserto e dice:

“Il deserto è molto semplice, ci sono poche cose ma di grande valore. Tuareg significa “abbandonato” perché siamo una razza in estinzione.

Siamo i vecchi popoli nomadi del deserto solitario, orgogliosi, padroni della sabbia incandescente. Mi alzo con il sorgere del sole, fuori ci sono le capre di mio padre, che ci danno il latte e la carne. Noi le portiamo dove c’è acqua e erba.

Un circolo che comincia con il sorgere del sole e che termina con l’arrivo del buio. Un movimento sempre uguale nei tempo, una ruota che gira senza mai fermarsi.

I nomadi Non hanno nient’altro al mondo se non questo e ma sono felici. Da piccolo ti viene insegnato ad annusare l’aria, orientarti con il sole e le stelle, ascoltare e aguzzare la vista e lasciarti portare dal cammello.

Se ti perdi solo lui saprà riportarti dove c’è acqua. Poco prima che cali la notte, uomini e animali ritornano all’accampamento e il cielo si tinge di rosa, azzurro, rosso, giallo e verde.

Quel momento è magico, entriamo nella tenda godendoci gli ultimi raggi di calore e beviamo il tè, seduti in silenzio.

I battiti del cuore accompagnano il salire della temperatura dell’acqua e una calma serena invade le nostre anime. Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare e non resta che riposare”.

 “Un giorno mi trovavo nel deserto e vicino passò in tutta fretta una jeep. In un salto particolarmente profondo saltò fuori un libro e cadde a terra.

Io non ne avevo mai visto uno. Lo presi in mano e lo rigirai più volte. Non capivo ciò che era scritto ma mi sembrava qualcosa di assolutamente fantastico.

Poi risentii il rumore del motore e un uomo scese dalla jeep. Era un concorrente della Parigi Dakar e cercava il libro. Dovetti riconsegnarlo.

Cominciai con quell’uomo una bella amicizia. Lo rividi dopo pochi anni e portò un regalo a me e alla mia famiglia.

In un momento di confidenza mi disse: “ ciò che adoro qui è il latte di cammello e il fuoco della legna, camminare scalzo sopra la sabbia calda, le stelle che si distinguono l’una dall’altra come le capre. Mi ricordo ancora la prima volta che vidi un rubinetto di fortuna. L’acqua uscì così violentemente che mi lasciò sorpreso. Come può uscire così tanta acqua in un luogo così arido?

 

mohamed e il cammello nel deserto
Mohamed che si diverterte a fare una foto con il cammello

Merzouga

Ora Mohamed il mio amico berbero vive a Merzouga ed è contento, la sua vita è migliorata molto. Si occupa dei dromedari in un accampamento nel deserto.

Lavora in funzione del flusso dei turisti. La sera va a prendere i turisti all’hotel e li porta in sella al dromedario fino all’accampamento. Rifà lo stesso tragitto almeno tre volte al giorno per un massimo di sei volte.

Durante la notte, dopo cena, inizia a suonare con i tamburi e le mani la musica berbera. Mi spiega che serve a chiudere la giornata come se fosse un tacito ringraziamento.

Dorme nello stesso accampamento dei turisti fino all’alba quando si alza per chiamarli e farli assistere al miracolo del nuovo giorno.

Poi, dopo la colazione, li riaccompagna all’hotel e torna a casa a riposare fino al pomeriggio quando riparte a prendere dei nuovi viaggiatori in arrivo.

Ha due nipoti di 8 e 2 anni delle quali è molto orgoglioso perché la maggiore va a scuola e anche la piccola lo farà. Sente di aver raggiunto l’obiettivo che ha cercato con la sua famiglia e ne è fiero.

Mi viene spontaneo dirgli che se è arrivato a questo è perché è una persona molto intelligente. Lui abbassa gli occhi, lasciando andare un “esagerata!”.

Invece gli spiego che non è da tutti saper parlare tante lingue e impararle così in fretta. Non è da tutti orientarsi nel deserto senza perdere l’orientamento. Non è da tutti conoscere la vita semplice e non lasciarsi sopraffare.

E che lo devo ringraziare, perché questi insegnamenti non li ho mai avuti da nessuno, neanche da chi mi ha cresciuto.

Ecco cos’è l’essenza del viaggio: imparare a sopravvivere con le proprie forze, avvicinarsi agli altri e conoscere la loro cultura, ascoltare e osservare il tessuto sociale senza giudizio, arricchire la mente e aprirla a nuove possibilità, ricavare da questi momenti degli insegnamenti che nessun libro saprà dare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *